Editoriale

GENNAIO 2023 – La settimana dell’educazione

di Luca Gregorelli

«O siamo fratelli o ci distruggiamo a vicenda. Oggi non c’è tempo per l’indifferenza. Non possiamo lavarcene le mani, con la distanza, con la non-curanza, col disinteresse. O siamo fratelli, o crolla tutto. È la sfida del nostro secolo». Con queste parole Papa Francesco, in occasione della prima giornata della fratellanza nel 2021, esorta l’umanità, in tutti gli ambiti, a lasciare da parte la cultura dell’indifferenza, che sembra essere dominante nel nostro tempo e a riscoprire la vocazione alla cura. Proprio su questo aspetto il Papa, anche se non riferendosi direttamente  all’educazione, sembra contrapporre alla cultura dell’indifferenza la cultura dell’incontro, come afferma nella Lettera Enciclica Fratelli tutti del 2020: «Dunque, parlare di “cultura dell’incontro” significa che come popolo ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti. Questo è diventato un’aspirazione e uno stile di vita. Il soggetto di tale cultura è il popolo, non un settore della società che mira a tenere in pace il resto con mezzi professionali e mediatici».

Lo stile di vita dell’incontro, come lo chiama il Papa, lo si può e si deve applicare anche nell’ambito dell’educazione. Ormai non è più possibile procedere per compartimenti stagni o, men che meno appunto, restare indifferenti davanti a certi atteggiamenti dei più giovani che interpellano direttamente la comunità adulta: se non si lavora in rete si è destinati inevitabilmente al fallimento. La crisi che l’educazione purtroppo vive oggi ha le sue radici in questo procedere slegatamente di tutte le sue componenti: la famiglia che spesso demanda alla scuola, la scuola che dal canto suo sembra più impegnata a trasmettere nozioni, dare voti e compilare documenti fini a se stessi, la parrocchia e l’oratorio che fanno quello che possono in mezzo a un mare di difficoltà gestionali, di personale e di vocazione all’educare e le società sportive spesso impegnate alla ricerca di novelli Cristiano Ronaldo e Messi.

Riportare la persona al centro, dunque, contro la cultura dell’indifferenza, vedendo nei bambini e nei ragazzi da educare non dei processi ma un cuore che batte. Il Cardinal Martini, un profeta del nostro tempo, sul finire degli anni ‘80 scrisse: «Ogni manipolazione educativa viene esclusa dalla certezza che è nel santuario della coscienza, nel “cuore”, che ciascuno assume le decisioni definitive. Mettendo al centro l’azione di Dio si pone in più chiara luce l’attività sia dell’educatore che del soggetto da educare: l’educando viene stimolato a collaborare con la forza interiore che è in lui, di cui la comunità educante è alleata.»

La comunità cristiana può fare rete solo a partire dalla consapevolezza che nel compito grave dell’educare è alleata di Dio, l’unico che può parlare con efficacia al cuore dell’uomo.

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